Perché il corso di AI non cambia niente
La mattinata va bene. Sala piena, slide chiare, qualche esempio che strappa un «ah, allora si può fare». Alla fine qualcuno resta a fare domande.
Il lunedì dopo, in quella stessa azienda, non è cambiato niente. Non perché il corso fosse brutto: era un buon corso. È che parlava di uno strumento, e il lavoro delle persone in sala è fatto di pratiche, scadenze e file con nomi strani.
Fra le due cose non c’era nessun ponte, e nessuno aveva il tempo di costruirlo da solo.
Cosa succede il lunedì dopo il corso
Succede che ognuno torna alla propria coda di lavoro arretrato, e la coda non aspetta.
Provare uno strumento nuovo costa più tempo del metodo vecchio per le prime cinque, dieci volte. È normale, vale per qualsiasi cosa si impari. Ma chi ha ventidue pratiche da chiudere entro giovedì quelle prime dieci volte non se le può permettere, e rimanda. Poi rimanda ancora. Dopo tre settimane l’accesso è scaduto e nessuno chiede di riattivarlo.
Il corso non ha fallito per come era fatto. Ha fallito perché finiva nel momento esatto in cui cominciava la parte difficile.
La formazione che attacca parte dal lavoro di chi la riceve
Il materiale non deve contenere esempi: deve contenere i loro esempi.
Vuol dire arrivare in aula con le pratiche vere dell’azienda, i preventivi veri, le mail che quelle persone scrivono davvero tutte le settimane. Si prende il lavoro che hanno sulla scrivania quel giorno e lo si fa insieme, nello strumento nuovo. A fine mattinata non hanno imparato una cosa: hanno finito un pezzo di lavoro che dovevano fare comunque.
Cambia anche la misura di quanto dura. Due ore tutte insieme servono a poco; un’ora adesso e una fra dieci giorni servono molto di più, perché nel mezzo le persone provano, sbagliano e arrivano al secondo incontro con le domande giuste. Le domande giuste non esistono prima di averci sbattuto la testa.
Chi si forma per primo
Non tutti insieme, e non i più entusiasti.
Le persone da prendere per prime sono quelle che fanno il lavoro più spesso. Sono anche quelle che avranno le obiezioni più precise, e le obiezioni precise sono la cosa più utile che possiate ricevere in quella fase: vi dicono dove lo strumento si romperà prima che si rompa davanti a tutti.
Chi è già convinto lo userà comunque, con o senza corso. Chi è scettico e competente, se lo convincete, diventa la persona a cui gli altri chiederanno invece di chiedere a voi. È la differenza fra avere un riferimento interno e avere un ticket aperto con il fornitore.
Come si vede se è servita
Con una domanda sola, dopo un mese: chi lo sta usando, e per fare cosa.
Se la risposta è un numero di licenze attive, non sapete niente. Le licenze attive contano anche chi ha fatto login una volta a settembre. Serve sapere quali pratiche sono passate dallo strumento, e da chi.
Se dopo un mese lo usano in due su dodici, c’è ancora tempo per capire perché. Quasi sempre il motivo è concreto e si sistema: un passaggio che non funziona come in aula, un permesso che non è stato dato, un capo che ha detto di fare come prima. Se lo scoprite a marzo, avete pagato dieci mesi di licenze per due persone.
Vale la pena mettere in conto queste ore quando fate il budget, insieme a tutto il resto: ne abbiamo scritto in Quanto costa l’AI in azienda.
In breve
Un corso di AI non cambia il modo di lavorare se resta separato dal lavoro. La formazione che attacca usa i documenti veri dell’azienda invece di esempi generici, si spezza in più incontri distanziati di qualche giorno, e comincia dalle persone che fanno quel lavoro più spesso, comprese le scettiche. Dopo un mese si controlla chi lo usa e su quali pratiche, non quante licenze sono attive. Se lo usano in pochi, il motivo è quasi sempre un ostacolo concreto che si può togliere, a patto di accorgersene presto.
Se vi state chiedendo come si applica alla vostra azienda, scriveteci o mandate due righe a ciao@saturdaycompany.it.